Citizen Journalism: alcune considerazioni di carattere generale

Le regole del nascente giornalismo partecipativo alla prova dei fatti, tra valenza strategica e crisi di identità

citizen-journalismC’era una volta il giornalismo tradizionale, quello degli uffici di corrispondenza e delle redazioni locali, quello della carta e delle…’caste’.

Si potrebbe principiare così un articolo dedicato al citizen journalism, o giornalismo partecipativo, rifendoci in tal modo a quel tipo di giornalismo sempre più dilagante e assenziente, saltato fuori dalle maglie mediatiche del cosiddetto Web 2.0, ovvero l’Internet di seconda generazione.


Al di là dei facili entusiasmi ‘popolar-progressisti’, sappiamo però sin d’ora che questo attacco non fornirebbe la giusta prospettiva di senso all’improvviso pullulare di blog, webzine, social network, social media, e cento altre accezioni comunicazionali che nascondono il bisogno comunitario di condivisione e di partecipazione attiva all’informazione. Forse sarebbe più corretto chiedersi fin da principio: è tutto oro colato? O piuttosto, questa scelta di fare informazione può nascondere anche alcune insidie?

A scanso di equivoci, diciamo subito che questa nuova figura di giornalismo non è assolutamente assimilabile al giornalismo civico, o comunitario, che tratta di fatti di rilevanza sociale posti in essere da professionisti del settore, quanto piuttosto ricalca un tipo di informazione accessibile e condivisa fatta da persone comuni per le persone comuni. Fin qui niente di strano visto che anche la forma di giornalismo che tutti conosciamo è nata per essere assimilata attraverso il filtro delle coscienze individuali, per dare a tutti la possibilità di confrontarsi con i fatti.

Conoscere, condividere idee, sono queste le prerogative di qualsiasi forma di giornalismo, almeno nei suoi risvolti più genuini e costitutivi. Una differenza netta, al di là del significato di base, però esiste: il pluralismo e l’approccio partecipativo del citizen journalism è utile, ma poco sindacabile. Infatti, se è vero che una partecipazione capillare alle notizie può rivelarsi di grande utilità per l’arricchimento di fatti ed eventi, costretti diversamente a passare in sordina, è pur vero che questo tipo di informazione, talvolta, può contribuire a creare ancora più confusione di quanto non accada nel giornalismo di ‘forma’, soprattutto se non avallata da una scrupolosa analisi delle fonti. La soluzione dell’antinomia in questione non può che passare attraverso una regolamentazione di settore, se non altro per salvaguardare persone e fatti coinvolti nel processo divulgativo. Sia il giornalismo partecipativo che quello di tipo istituzionale, infine, non devono prescindere dal fare informazione onesta e non partitica.

A tal proposito mi sovviene quanto scritto dal giornalista Marco Travaglio nel suo libro, “La scomparsa dei fatti”: “Si fa molta confusione tra obiettività, neutralità e imparzialità. O, al contrario, tra faziosità, partigianeria e parzialità. Il valore da salvare è l’imparzialità, che non è sinonimo né di obiettività né di neutralità. L’obiettività è impossibile: ciascuno di noi nasce con i suoi interessi e le sue passioni, e cresce educato a certi valori. ” Comunque sia, ci si aspetta di vedere le cose dispiegarsi da questa angolazione di giudizio.

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