Unique Selling Proposition. Locuzione per vendere
L’idea di una USP (Unique Selling Proposition) è tanto elementare quanto efficace: comprimere in una sola frase l’unicità di un prodotto. Ma non sempre è così facilmente accessibile.
Chissà se Rosser Reeves, pubblicitario statunitense vissuto a cavallo della metà del secolo scorso, avesse idea dell’impatto che la sua USP (acronimo di Unique Selling Proposition), avrebbe avuto in ambito comunicazionale e commerciale.
Fatto sta che, da allora in poi, l’utilizzo della sua formula ad appannaggio di una sempre più vasta cerchia di redattori per la pubblicità ha ottenuto debita collocazione tra le tecniche di copywriting più utilizzate nel campo dell’advertising. Come non citare, infatti, il famoso slogan di Reeves sulle caramelle che «si sciolgono in bocca, non in mano» o del fantomatico dolcetto avvolto in «un doppio incarto per mantenerne la freschezza»?
Figure retoriche e copywriting: un sodalizio (dannatamente) creativo
I ‘ferri del mestiere’ più potenti messi a disposizione del copywriter affondano le radici nella scienza della linguistica
Per un ‘famelico’ comunicatore della parola scritta non esiste alcun’altra disciplina che possa meritarsi l’appellativo di ‘ponte unificatore’ tra gli assunti teorici della scrittura e il proprio ambito d’azione creativo, quanto la linguistica. Eppure, c’è chi ancora ne ignora le potenzialità comunicazionali credendo di poter fare a meno del suo valido contributo.
Insomma, è come dire che basta tirare giù due parole a effetto (a mo’ di novello gregario della scrittura) per colpire nel segno. Oltretutto, stiamo parlando di una scienza elettiva coinvolta nello studio del linguaggio umano attraverso l’attenta interazione di significato tra parola (parlata e scritta) e segno, perciò di massima importanza in ambito pubblicitario.
Citizen Journalism: alcune considerazioni di carattere generale
Le regole del nascente giornalismo partecipativo alla prova dei fatti, tra valenza strategica e crisi di identità
C’era una volta il giornalismo tradizionale, quello degli uffici di corrispondenza e delle redazioni locali, quello della carta e delle…’caste’.
Si potrebbe principiare così un articolo dedicato al citizen journalism, o giornalismo partecipativo, rifendoci in tal modo a quel tipo di giornalismo sempre più dilagante e assenziente, saltato fuori dalle maglie mediatiche del cosiddetto Web 2.0, ovvero l’Internet di seconda generazione.
La tecnica delle 5 W nel copywriting
La ‘regola d’attacco’ del giornalismo ci conferma l’incisività del nostro annuncio
Avete presente la famosa regola delle cinque “W” del giornalismo anglosassone? Who? What? When? Where? Why? (trad. in italiano, Chi? Cosa? Quando? Dove? Perché?) elevata a rango di tecnica ‘accademica’ per l’apertuta di un pezzo giornalistico?
Bene. In questo post vedremo come utilizzarla in maniera efficace e sistematica anche nel copywriting, con la sola variante del Whereby (Come) al posto del What, e con qualche altro piccolo ‘accomodamento’ strutturale.
Diamoci del tu, ma non pensarci su
L’utilizzo ‘appassionato’ della seconda persona singolare nel copywriting. Una tecnica efficace per avvicinare il cliente all’azienda, senza esagerare
Una volta si scriveva ai propri potenziali clienti dando loro prevalentemente del ‘Lei’ o del ‘Voi’.Questo succedeva non molto tempo fa a dire il vero, e interessava indistintamente quasi tutte le campagne di vendita, sia condotte attraverso corrispondenza sia mediante annunci pubblicitari.
Da qualche tempo però si sta assistendo a un utilizzo più cospicuo del ‘Tu’. Fateci caso: la scelta del lei sembra essere entrata progressivamente in disuso, relegata inevitabilmente nelle forme di cortesia del mailing per corrispondenza, mentre si interviene sempre più nell’uso massivo del tu nella vendita on line, ma anche nel rivolgersi ai propri lettori nel caso di un libro. Scelta stilistica o sapiente strategia? Vediamolo assieme.
Lasciate uno spazio libero che scrivo anch’io!
Giornalismo partecipativo: fenomeno sociale o crisi dell’informazione?
Ebbene sì, la febbre del giornalismo partecipativo, o citizen journalism, come lo chiamano gli americani, ha finito per contagiare anche il nostro Paese.
Colpa della crisi del settore o genuino slancio partecipativo? Difficile rispondere a questa domanda, così, su due piedi. Certo è che se anche la RAI ha da poco aperto a questa iniziativa progressista a passo con le nuove tecnologie, qualcosa di buono ci avrà visto.


